Monthly Archives: Marzo 2014

Perchè Torre Faro e non Cariddi?

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Molti compaesani si chiedono come mai il nostro incantevole borgo debba chiamarsi Torre Faro e non, invece, pregiarsi dell’appellativo di Cariddi, come qualche lungimirante maestro elementare, fino agli anni ’70, obbligava a scrivere nelle intestazioni dei compiti svolti dai propri scolari. D’altronde, non sono nemmeno certe le origini del nome di Torre Faro che, alcuni, farebbero discendere dalla presenza di un importante faro risalente all’età romana ed ancor prima da punti di illuminazione che servivano ad aiutare i naviganti ad attraversare lo Stretto di Messina, mentre, altri, ipotesi questa meno plausibile, farebbero derivare dal nome dei Pharii, genti greche della città di Pharis che si sarebbero spostate nella zona di Capo Peloro dalla Laconia.
In buona sostanza, nell’uno e nell’altro caso, vista l’incertezza, non potremmo mai vantare alcuna origine storica del nome e, di conseguenza, della cultura e delle tradizioni del nostro borgo. Per di più la Torre ed il Faro non sono gli unici suoi simboli e nemmeno quelli più importanti, vista l’imponenza con cui si manifesta all’attenzione degli sparuti visitatori l’attrazione principale, ossia il “Pilone”, la “Torre Eiffel” d’Italia.
Allora, non vi è dubbio che l’appellativo di Cariddi è quello che si addice di più al nostro villaggio, considerato che, dal punto di vista storico-mitologico, è menzionato, insieme a Scilla, anche nel canto XII dell’Odissea di Omero, ove si narra che Ulisse preferì affrontare Scilla per paura di perdere la nave passando vicino al gorgo Cariddi, gigantesco mostro – figlio di Poseidone e Gea – simile ad una lampreda che, con la sua immensa bocca, formava dei vortici marini capaci di inghiottire le navi di passaggio.
Senza contare il fatto, di non poca importanza, che l’eventuale nuova denominazione potrebbe consentire all’antico borgo marinaro di ottimizzare l’attività di promozione dell’offerta turistica ed incrementare lo sviluppo economico della comunità locale, in una sintesi ideale che, unendo il passato al presente, proietti il territorio di Capo Peloro verso un futuro basato su di un progetto che unisca le grandi potenzialità economiche ed imprenditoriali dello stesso con le suggestioni che provengono dalla storia e dalla mitologia che da sempre ha caratterizzato questi luoghi.

“Fiscal Compact” in pillole – attuali svantaggi per l’Italia

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In un periodo in cui si parla di “Fiscal Compact” come di un argomento apparentemente alla mercè di tutti, al punto che nel trattarlo si danno per scontate tante cose che, invece, non lo sono affatto, Questa Redazione, senza voler per questo tenere alcuna lezione di macroeconomia – che in ogni caso non è in grado di fare -, intende spiegare in breve di cosa si tratta e che vincoli impone all’Italia ed agli altri paesi membri dell’unione Europea.
Il “Fiscal Compact” è un accordo approvato con un trattato internazionale il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 stati membri dell’Unione europea, entrato in vigore il 1º gennaio 2013. L’accordo, che non fa formalmente parte del corpus normativo dell’Unione europea, prevede per i paesi contraenti, secondo i parametri di Maastricht fissati dal Trattato CE, l’inserimento, in ciascun ordinamento statale (con norme di rango costituzionale, o comunque nella legislazione nazionale ordinaria), di diverse clausole o vincoli tra le quali:

1) – obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio;

2) – l’impegno ad avere un deficit pubblico strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL e, per i paesi il cui debito pubblico è inferiore al 60% del PIL, l’1%: l’Italia, ad esempio, che ha un debito pubblico (€ 2.100,00 miliardi) superiore al 60% del PIL (€ 1.300,00 miliardi), ha un deficit pubblico strutturale costante che negli ultimi anni è variato tra l’1% ed il 0,8%, ciò significa, in primis, che la copertura delle spese statali non è mai completa (spareggio di bilancio), motivo per cui siamo costretti a chiedere ai paesi membri denaro a prestito ad interessi elevati ed, in secondo luogo, che l’indebitamento del nostro paese nei confronti dei paesi membri cresce annulamente, almeno dello 0,5% in più del limite massimo consentito (0,5%);
3) – l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità: l’Italia, ad esempio, che ha un debito pubblico di € 2.100,00 miliardi ed un PIL di € 1.300,00 miliardi (il 60% sono € 780,00 miliardi), è obbligata a rientrare di un ventesimo (oggi € 66 miliardi e/o dell’eventuale importo superiore) all’anno dell’eccedenza (oggi € 1.320,00 miliardi e/o dell’eventuale importo superiore) accumulatasi per ciscauna annualità. E’ ovvio che per reperire questi 66 miliardi e/o l’eventuale importo superiore è necessaria una manovra periodica annuale che, certamente, non potrà fare a meno di mettere le mani nel portafoglio degli italiani, almeno per 20 anni, se tutte le cose dovessero andare per il verso giusto;
4) – l’obbligo per ogni stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate, quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati;
5) – l’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale, che verrà verificato dalla Corte europea di giustizia;
6) – l’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche. 
A modestissimo parere di chi scrive, molti paesi dell’Unione Europea, fra cui l’Italia, ancora non sono in grado di rispettare il suddetto accordo ed, ancor più, in periodi di recessione come questa, anche se qualcuno sostiene che sia, oramai, passata. Inserire nella costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenta una scelta politica, seppur corretta in linea di principio, ancora estremamente inopportuna.
Aggiungere, oggi, ulteriori restrizioni, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose, ovviamente, solo se i tagli riguardassero quella parte della spesa pubblica veramente necessaria per il paese. Nei momenti di difficoltà diminuisce, infatti, il gettito fiscale (per concomitante diminuzione del PIL) e aumentano alcune spese pubbliche tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno, poi, aumentare il deficit pubblico, limitando la contrazione del reddito disponibile e quindi il potere di acquisto (variabili queste che influiscono sul consumo o domanda di beni o servizi).
In definitiva, nell’attuale fase dell’economia i grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale, necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa economica già di per sé debole.


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